Ode al Ragno – 27

Ma cosa pensate? Di esser batteri?

Son quelli i pugnaci e terribil guerrieri 

non voi, miei pacifici e sobri compagni,

giammai non adusi a menare le mani!

E’ questo che penso, ed ora tacete

e gladii e corazze, vi invito, ponete.

Non è ancora il giorno che l’uomo vi ceda,

non è ancora l’ora che questo succeda.

Verrà forse il dì che intera la terra

sarà tutta vostra, e senza la guerra,

e la signoria delle vostre zampine

da sola avrà impero su un mar di rovine

sul quale il ronzio sarà un dolce canto

e più non si udranno né il riso né il pianto,

e al vento le tele sventoleran fiere

in luogo di lacere e stinte bandiere.

Ma or non è cosa. Con ciò vi saluto: 

lasciate le offerte qui dentro l’imbuto.

Mi volgo di nuovo all’attività mia

che è praticare la filosofia.      

Ode al Ragno – 26

Infine risuona un solenne sospiro,

un’ombra s’innalza e sul muro s’attesta,

dall’antro si spande un lucor di zaffiro.

La bestia evocata solleva la testa

e volge agli astanti un terribile sguardo; 

con occhio ferale, temibile e orrendo

ognuno trapassa in guisa di dardo,

e treman gli insetti paurosi, fremendo.

Dall’orrido squarcio una voce risuona

che i miseri insetti sconvolge e riscuote;

rimbombano i muri e l’eco già tuona

e gli animi afferra, gli spirti percuote.

“Da che vegetavo nel pallido uovo

giammai non ho udito proposito nuovo

che avesse, com’oggi, cotal sicumera,

né tal testardaggine improvvida e fiera.

E’ cosa la guerra, o branco di inetti,

per stupidi uomini, non per insetti!

Lasciate i proclami e le armi, o guerrieri,

tornate gli insetti mansueti di ieri!

Tornate a occuparvi di foglie e di fiori

volando su aiuole di mille colori,

cantate ronzando, le tele tessete,

le frutta e le erbe con gusto rodete.

Ode al Ragno – 25

O tu saggio insetto, avito vegliardo,

siam qui al tuo cospetto al pari di figli:

su tutti noi sudditi volgi lo sguardo

e donaci i tuoi più preziosi consigli.

Tu certo saprai di quell’essere umano

che contro di noi ha intrapreso una guerra

e senza ritegno perciò, a tutto spiano,

con mille artifici attacchi ci sferra.

Alcuni vorrebber passare all’azione,

ed altri, mansueti, invocan la pace;

confesso che io sceglierei la tenzone,

fiammante di lotta impugnando la face.

Ma tu, Nonno Ragno, qual è il tuo pensiero?

Con sagge parole l’oracol profondi.

Deh! non ci tenere lontano dal vero

Ma di tua sapienza le perle diffondi!”

Così parla il ragno e poi si zittisce.

La torma di insetti ondeggia in attesa:

caduto è il silenzio e sola stormisce

nervosa di elitre la lunga distesa.

Ode al Ragno – 24

Vapori di zolfo sprigionansi, e suono

terribile, e odore di grande molestia,

finchè, borbottando con voce di tuono

dal fetido squarcio s’affaccia una bestia.

“Chi osa turbare il letargico sonno,

chi, dico, molesta il profondo riposo

a me, d’ogni insetto il fatidico Nonno,

chi, ditemi dunque, chi è il coraggioso?”

Ondeggia la turba in preda al terrore,

prostrati gli insetti emetton lamenti,

tremando impauriti, gelati d’orrore,

assistono inermi ai grandiosi portenti.

Ma il prode ragnetto, al quale non piace

di fronte agli eventi la spugna gettare,

con fiera baldanza, eroico ed audace,

di già s’avvicina, non pensa a scappare.

Ode al Ragno – 23

“Un topo davvero io son fortunato:

parlare ad un gatto e poterne scampare!”

Ma ecco, silenzio! Il ragno oratore

s’avanza sul palco con fiero cipiglio,

espone la causa con grande fervore,

riepiloga i fatti e chiede consiglio.

“Siam giunti in quest’antro votato al mistero

per farci ispirare dai nostri antenati,

insieme, miei prodi, volgiamo il pensiero

ai saggi, onorabili, lari e penati.”

Si leva dall’orda là sotto adunata

un murmure coro, un sordo ronzio;

temendo un attacco dell’infima armata

al piano di sopra sobbalza lo zio.

Quand’ecco, scavato da forze possenti,

si apre un abisso profondo, infernale,

e squassa la casa fin dai pavimenti.

Lo zio allarmato si affaccia alle scale.

Ode al Ragno – 22

Già scende la notte, le lucciole accese

a giorno rischiaran la buia cantina;

artistiche tele di ragno sospese

ne fanno una sala davvero carina.

D’insetti straripa l’ombroso locale,

solenne al momento non voglion mancare;

ve n’è su pei muri e giù per le scale,

ovunque è un accorrere ed un brulicare.

E pure il silente e pensoso felino

dal soffice pelo, quel saggio buon gatto,

si accomoda in alto, sul primo gradino,

sedendosi accanto ad un agile ratto.

Rincuora cortese il sorcio allarmato:

“Non devi tremare né avere paura;

ti vedo, mi sembra, un po’ preoccupato

ma non è la caccia – stasera – mia cura.

Mi par questa aracnoantropomachia

invero una guerra temibile e vana,

un trucido evento, una vera follia,

nevvero, convieni anche tu, pantegana?”

Il muride abbozza un sorriso tirato,

borbotta qualcosa, poi presto scompare.

“Un topo davvero io son fortunato:

parlare ad un gatto e poterne scampare!”

Ode al Ragno – 21

Conferma e si associa anche il gatto tigrato

che a passi felpati è frattanto rientrato.

“Amici col pelo, i nostri due umani

son buoni e gentili, ma quanto son strani!

Pertanto vi invito, miei cari felini,

andiamo a vedere nei nostri piattini

se ci hanno fornito il paté appetitoso

che scelgono sempre abbondante e gustoso!”

Si gratta una pulce il gatto marrone

con calma, con metodo e grande attenzione,

e mentre discaccia l’insetto molesto

rivede e considera tutto il contesto.

“Stanotte in cantina quel grande convegno

si merita certo il mio massimo impegno.

Intendo comunque di prendervi parte:

mi metterò zitto e tranquillo in disparte.”

E mentre lo zio caracolla nervoso,

sospira inquieto, borbotta fremente,

la zia lo rimprovera: “Basta, noioso!

Girar fai la testa alle bestie e alla gente!”

Ode al Ragno – 20

E appena di insetti la folla è dispersa

già calma la zia in poltrona si versa

di ambrata bevanda tazzona fumante,

pregusta la pace e si abbiocca all’istante.

Il fulvo felino non perde occasione

e, sceso dall’alto del termosifone,

accanto all’umana si stende beato,

grattando un po’ in gola, là in fondo al palato.

Lo zio nel frattempo riposo non prende,

delle trattative un esito attende,

tra bagno e soggiorno cammina nervoso

sognando la fine del ragno schifoso.

La zia lo rimbrotta: “Perché non ti siedi?

Raggiungimi qui, ti massaggio un po’ i piedi!

Non vedi che il gatto vorrebbe dormire?

Rimani un po’ fermo, su, la vuoi finire?!”

Sbirciando dagli occhi socchiusi e assonnati,

il gatto riflette: “Son proprio suonati!

Dovrebber da me trarre esempio dell’arte

di metter le noie e i fastidi da parte

Nessuna questione è sì tanto importante

da perderci il sonno, colonna portante

(a patto però che ci sia anche la cena)

di buona salute e di vita serena”.

Ode al Ragno – 19

La zia, soddisfatta, in silenzio annuisce,

e pure lo zio al suo fianco capisce,

la grande saggezza del piccolo ragno

che tanto voleva cacciare dal bagno.  

“Così si è deciso e stasera, miei arditi,

potremo di certo con antichi riti,

chiamare gli dei onnipotenti che tanto

ci han già guidati col loro bel canto.

Ognuno di voi certamente ricorda

(a parte la nonna formica, ch’è sorda)

le dolci, soavi e divin melodie

che vi hanno indicato le più varie vie

per giunger fin qui a combatter gli umani,

questi esseri enormi, sgarbati e assai strani.

Così, per stanotte vi do appuntamento

nell’ampio locale al riparo del vento

ch’è sito dabbasso sotto la cucina:

è fresco e spazioso e lo chiaman cantina.

E ognun di voi porti, in segno d’omaggio,

pietanze gustose, prosciutto, formaggio,

dolciumi, gioielli, fiori e liquori,

che possan fruttarci degli dei i favori”.

Ode al Ragno- 18

Sobbalzan gli insetti in preda al terrore,

le fronti s’imperlan di freddo sudore,

e pur le formiche guerriere, a plotoni,

intonano meste struggenti canzoni.

Orben: tutti sanno che son melodiosi

i grilli. Altrettanto essi sono paurosi.

Né pur tantomeno vi è alcun calabrone

che sia così pronto a ingaggiare tenzone

con bestie pennute, con pelo o con squame

con grande appetito, se non vera fame.

A questo pensiero il ragno si tace,

considera cupo le offerte di pace

e intima secco il silenzio agli insetti,

zittendo all’istante i suoi istinti più gretti

che in fondo al suo cuore reclaman vendetta.

Riflette, rimugina, e poi, senza fretta,

proclama con voce profonda e possente

d’insetti consiglio maestoso e sapiente.

“Ad una questione di tale portata

non posso trovare risposta immediata.

Gli insetti lor capo mi han designato

e in pace ed in guerra il comando affidato.

Noi siamo a migliaia, non posso rischiare

l’ammutinamento di mosche e zanzare.

Propongo una tregua, ma solo per ora!”

soggiunge, e nel far ciò gli insetti rincuora.

“Così da poterci riunire stanotte

a udire il parere di bestie assai dotte!”