LA VIGNA DEL BRICH ROSS

    La nonna rimase vedova molto giovane. Il nonno venne colto da un gran temporale mentre era in campagna, lasciò il lavoro e corse a casa ma si inzuppò fino alle ossa. Prese la polmonite e in due settimane morì. Lei restò sola con due bambini piccoli da allevare.

    Si era sposata contro la volontà dei suoi genitori, contadini ricchi con bestie e terra, poco contenti di dare la loro prima figlia a un poveraccio qualsiasi senza neanche un pezzetto di orto da piantarci due foglie di insalata. Ma poiché avevano diversi altri figli e figlie non insistettero più di tanto, liquidarono la nonna con un pezzo di terra come anticipo sull’eredità e se ne lavarono le mani, con l’avvertenza di non andare più a domandare nient’altro, nemmeno in caso di bisogno.

    Il nonno aveva preso un po’ di terra in affitto, giù nella piana, e la coltivava a grano e meliga. In più c’era la dote della nonna, una vigna che occupava in parte il versante di una collina esposto a solatìo e arrivava fino in cima, dove c’era una baracchetta per gli attrezzi, i pali e tutto l’occorrente, oltre a un piccolo serbatoio di cemento per l’acqua dai bordi color verderame. Di fianco c’era persino una rosa che a maggio metteva decine di fiori. La vigna del Brich Ross, si chiamava, ed era proprio una bellezza, così diceva la nonna. I filari ben allineati, i tralci ben legati, il terreno al piede vangato come si deve. Se c’era vento le foglie si muovevano allegramente, se pioveva l’acqua sgocciolava via formando dei ruscelletti, da lontano il pendio era regolare come un disegno. Le viti sembravano contente di essere lì, in autunno davano dei bei grappoli lunghi, dagli acini gonfi e succosi. Il nonno vendeva le uve e, oltre al denaro importante per la famiglia, aveva diritto a un paio di damigiane del vino prodotto.  Diceva la nonna di non avere mai più assaggiato, da allora, del vino così buono.

    Insomma, era evidente che la terra affittata non sarebbe riuscita a coltivarla da sola. Di prendere dei lavoranti non se ne parlava, si sarebbe mangiata tutto il guadagno. Così, venuto san Martino e venduto il raccolto, la nonna la restituì ai proprietari e cercò qualcosa da fare in paese, perché mangiare bisogna, e pagare l’affitto di casa, e i bambini crescono e hanno bisogno di tante cose. Non chiese niente ai suoi genitori, secondo gli accordi, peraltro vivevano distanti dal paese e potevano anche fare finta che la figlia non avesse bisogno di niente. L’unica ad aiutarla fu la zia Velia, sorella del nonno, che le dava qualcosa ogni tanto, quando poteva, ma anche lei e zio Cundu erano gente modesta con una nidiata di bambini e in tasca mancavano sempre venti soldi per fare una lira, se capite cosa intendo.

    Il poco che aveva da parte – perché non si sa mai, una malattia o una disgrazia, come si usa dalle nostre parti – il povero nonno non aveva nemmeno fatto a tempo a spenderlo in medicine o cure. Con quello e qualche lavoretto qua e là, lavare e stirare e fare pulizie per le signore del paese, la nonna riuscì a cavarsela per i primi tempi. Consumate le risorse, la situazione si fece difficile e la nonna iniziò a ricevere delle richieste di acquisto per la vigna del Brich Ross. Come ho detto, era in una bella posizione e a qualcuno faceva gola. Forse pensavano che una vedova sola con la famiglia da mantenere si sarebbe accontentata di una cifra inferiore al suo valore, fatto sta che si presentarono a più riprese diverse persone con delle offerte dapprima irrisorie, poi piano piano più adeguate al valore della terra. Ma la nonna a tutti diceva di no, di no, che quella vigna era la sua eredità e che avrebbe almeno provato a coltivarla per un po’. Poi si sarebbe visto. Accompagnava tutti alla porta, con gentilezza e fermezza, ripetendo di no, almeno per il momento no.

       Fu così che la nonna si mise a coltivare da sola la sua bella vigna del Brich Ross. Era sempre vissuta in campagna e conosceva i lavori per averli fatti direttamente o visti fare da ragazza. Era una donna robusta e non temeva la fatica. Prendeva una coperta e i due bambini, la bambina forse di cinque anni, il maschietto di due, li sedeva sulla coperta vicino al ciabòt sulla collina, la grande guardava il piccolo e lo sorvegliava perché non andasse nei pericoli. La nonna si inoltrava nei filari e lavorava nella vigna.

    Quella bambina era la mia mamma ed è stata lei a raccontarmi tutta questa storia. Va a sapere, pur così piccola quelle giornate le erano rimaste impresse nella memoria. Ricordava benissimo certe fredde giornate passate a giocare sulla soglia della baracca, il fratellino imbacuccato nella coperta, il tich tich delle forbici da potare e la mamma che passava lentamente tra i filari, e verso il calare del sole il fumo grigio che saliva dal falò dei tralci tagliati. Doveva essere la fine dell’inverno. E altre giornate nebbiose in cui si arrischiava a seguirla in mezzo alle viti, e come si incantava a vederla sfilare un rametto di salice dal fascio che portava nel grembiule, passarlo tra le mani saggiandone la consistenza e legare i tralci al filo di ferro con gesti rapidi e sapienti. Il salice giallo si arrotolava una, due, tre, molte volte intorno a se stesso, poi il capo si piegava all’indietro e passava sotto, un taglio alla parte residua e la legatura era bell’e fatta, ferma e solida come doveva essere. Un passo avanti e la nonna ricominciava. Lentamente, con calma e metodo e infinita pazienza.

    Poi la potatura verde nelle giornate estive, per fare sì che i grappoli ricevessero il sole e la luce necessaria, ma con criterio, valutando l’opportunità di tenere certi rami per l’anno successivo, senza esagerare, lasciando un po’ di protezione in caso di pioggia forte o peggio, di grandine. Mucchi di fronde che si accatastavano  in fondo ai filari, il fratellino ci saltava dentro ridendo ed entrambi masticavano i viticci dal gusto acidulo. Le bistecche, li chiamavano. Nessuno dei due aveva mai visto una bistecca e non avevano idea di cosa fosse.

  Quando la nonna dava l’acqua si avvolgeva la testa in uno scialle, si caricava la bòita sulle spalle e dirigeva il getto sulle foglie che rimanevano macchiate di azzurro. Era un lavoro faticoso e bisognava sapere le proporzioni, tanto di acqua, tanto di verderame, tanto di calce per fissare. Il serbatoio veniva comodo. E poi lo zolfo sui grappoli, con il soffietto di pelle e il tubo di rame. State lontani e non toccate, diceva la nonna, che questo è veleno.

    La nonna faceva tutto da sola, si rompeva la schiena di fatica, non c’era festa né riposo. Finito con la vigna se ne andava a lavorare per le signore, portava a casa montagne di panni da lavare e da stirare, stava sveglia fino a tarda notte. Zia Velia guardava e scuoteva la testa. Va a finire che ti ammali, le diceva, e poi cosa ne sarà dei tuoi figli? Non mi ammalo, rispondeva lei, ne è bastato uno, io non mi ammalo.

    Ma per quanti sforzi facesse, presto fu chiaro che non ce l’avrebbe fatta. La mamma mi raccontò che si svegliò una notte sentendo delle voci, dei mormorii. Zia Velia e zio Cundu erano seduti al tavolo della cucina con la nonna e parlavano fitto fitto. La nonna aveva le mani in grembo e teneva la testa bassa. La mamma aveva sentito una specie di vergogna, non si era fatta vedere ed era tornata a letto senza rumore. Qualche giorno dopo la nonna aveva annunciato che sarebbero andati a stare in città, una cugina le aveva trovato una casa e un buon lavoro. E la vigna?, aveva domandato la mamma. La vigna l’ho venduta. Ed era stato chiaro che non ci sarebbero state altre spiegazioni.

    In effetti la nonna aveva venduto la vigna a un prezzo onesto, a una brava persona che l’avrebbe tenuta come si deve. Zio Cundu se ne era fatto garante e c’era da fidarsi perché zio Cundu era un galantuomo. La famigliola si trasferì in città e le cose andarono proprio come aveva detto la nonna, ebbero un piccolo appartamento, la nonna andò a lavorare nella lavanderia di un albergo di lusso, i bambini andarono a scuola, diventarono grandi e quando fu il momento si fecero la loro vita. Al paese ci tornavano per i Morti, a portare i fiori alla tomba del papà e più avanti a quelle di zia Velia e zio Cundu. Ma il cimitero era nella piana e la nonna non volle mai tornare al Brich Ross.

    Soltanto in tarda età incominciò a parlare del passato. Fammi guardare il calendario, diceva. Scorreva lungo i giorni rossi e neri il dito piegato dall’artrite e da tanti anni di acqua calda e ferro da stiro. Ah, questa è la luna buona per potare, quando avevamo il Brich Ross avevo già iniziato almeno da due giorni. Oppure: chissà se le hanno dato l’acqua, bisogna pensarci per tempo a queste cose. E lo zolfo, ormai i fiori sono caduti e gli acini sono fatti.

    Io facevo qualche domanda ogni tanto, cautamente, perché capivo che l’argomento era delicato ed era meglio non provocare ricordi dolorosi. Ma pareva che la nonna fosse contenta di parlarne, dopo tanti anni. Di che colore era la rosa che stava vicino al ciabòt, nonna? Oh, era rossa, e aveva un profumo che si sentiva a distanza. Se c’era un po’ di vento arrivava fino in mezzo alla vigna. Faceva tanti di quei fiori, tanti di quei fiori… Ogni tanto ne portavo un mazzetto al pilone della Madonna, sulla strada di casa. Mah… restava un po’ in silenzio e cambiava discorso.

    Quando poi fu costretta ad andare in casa di riposo, dopo una caduta che ci aveva fatto spaventare tutti, incominciò a chiedere notizie. E la vigna, Francesca, ci vai mai a vederla? Fai una cosa per me se vuoi, vai al Brich Ross, guardala bene e poi vieni a raccontarmi. Ci andai qualche volta, con l’auto non era una strada lunga e in più si trattava di una bella gita da fare la domenica. La vigna era sempre là, ben coltivata, si sarebbe detto allegra e sorridente sul fianco della collina. Ne riferivo alla nonna che mi chiedeva sempre dei particolari. E l’erba, la tagliano? Le piante sono vangate? Stai tranquilla nonna, la vigna è in ordine e la trattano bene.  

    Passò l’inverno e tra una cosa e l’altra non ci fu più occasione di tornare al paese fino al mese di maggio. Ed ecco la sorpresa. La collina era a metà sbancata, a mezza costa stazionavano due escavatori. La vigna non c’era più. Restavano il ciabòt, incongruo sulla cima del poggio, e il serbatoio di cemento. La rosa fioriva sulla sommità, decine di rose rosse, proprio come aveva detto la nonna. Quasi mi sembrava di sentirne il profumo. Tornai a casa e quando la settimana successiva andai a trovare la nonna non me la sentii di darle la brutta notizia. Le dissi che la vigna era bella come sempre, che i lavori erano fatti a regola d’arte e che i proprietari evidentemente ci tenevano. Fui anche troppo entusiasta, infatti la nonna se ne accorse e mi disse: non me la racconti giusta, ci deve essere qualcosa che non va. Era molto anziana ma in quel momento sembrava ancora più vecchia, una donna decrepita in un letto bianco con le mani abbandonate sul lenzuolo. Adesso vai a casa, voglio dormire un po’. Chiuse gli occhi e una lacrima le scese dall’angolo dell’occhio. Non l’avevo mai vista piangere, in tanti anni. Le diedi un bacio e me ne andai in punta di piedi. Non si svegliò più. 

GLI ZAMPOGNARI

    Da bambina vivevo in città, in un quartiere popolare di case di ringhiera allineate lungo una strada pavimentata di ciottoli rotondi e lose di pietra. Ci abitava gente modesta, operai e piccoli artigiani, e rare famiglie borghesi che occupavano grandi appartamenti bui al piano nobile dei fabbricati. Alle spalle delle facciate dagli intonaci vecchi e scrostati si aprivano i cortili interni circondati dagli edifici, oltre i quali il terreno iniziava a salire in terrazzi disseminati di orti e frutteti, residuo di una campagna antica, dove qualche ortolano coltivava ancora un po’ di frutta e verdura. Il pendio si arrestava poco più in alto, sotto i muraglioni della città alta, dai quali si affacciavano case più signorili e qualche palazzotto nobiliare, dominati dalla massiccia Torre dei Ferrero.

    A volte, d’inverno nei giorni in cui non c’era scuola e potevo dormire fino a tardi, la mamma veniva a svegliarmi scuotendomi per una spalla: “Alzati, sono arrivati gli zampognari”. Io saltavo dal letto, infilavo il cappotto sopra il pigiama e correvo ad aprire la finestra.

    Gli zampognari erano due, indossavano lunghi mantelli neri e cappelli calcati fino alle orecchie. La mamma mi aveva detto che erano pastori poveri i quali, dopo avere ritirato le greggi negli ovili al riparo dalla neve e dai lupi, all’inizio di dicembre partivano per le città a guadagnare qualche soldo per le famiglie e restavano lontani da casa fino all’Epifania. Erano ancora lontani i tempi in cui le amministrazioni comunali provvedevano ad ingaggiarli in cambio di un compenso concordato in anticipo.

    Uno aveva una specie di trombetta, così mi pareva, l’altro portava un grosso sacco grigiastro – la mamma diceva che era una pelle di pecora – dal quale spuntavano diverse cannucce. Certo bisognava soffiarci dentro un bel po’ prima di gonfiarlo, ma il suono che faceva era una bellezza, come un soffio di vento forte che si infila nelle scale  e scuote le tegole del tetto. A me, non so perché, ricordava alla lontana lo scampanio delle mucche sui pendii dei pascoli estivi. Quando iniziavano a suonare, in piedi al centro del cortile, riconoscevo alcuni dei motivi, Tu scendi dalle stelle, Adeste fideles, perché don Egidio ce li faceva cantare al catechismo, il sabato pomeriggio. Altre musiche non le avevo mai sentite, ma erano comunque bellissime.

    La gente si affacciava ai balconi, alle finestre, e gettava qualche moneta. Anch’io lanciavo quelle che la mamma mi aveva dato – “attenzione a non farle cadere sulla ghiaia, altrimenti faticano a trovarle” – che cadevano tintinnando sulle pietre del marciapiede. Gli zampognari rispondevano con un inchino appena accennato, lieve e rigido, poi con calma terminavano la suonata prima di passare a raccattarle. A volte con loro c’era un ragazzo, e in questo caso era lui a raccoglierle ringraziando con uno sguardo e un cenno della mano. A me quello sguardo e quel cenno sembravano privilegi, un regalo che veniva fatto a me, anziché il contrario. La mamma mi faceva notare che essere poveri non significa essere maleducati, e che avrei dovuto ricordarmi degli zampognari ogni volta che dimenticavo di salutare e di ringraziare.

    I due suonatori ritiravano gli strumenti sotto i mantelli e si allontanavano. “Adesso chiudi che fa freddo”, diceva la mamma, “vieni a fare colazione”. A malincuore richiudevo la finestra e andavo in cucina. Talvolta, al di là dei bassi  edifici rustici che dividevano il cortile da quello vicino, tornava il suono attutito della zampogna. Seduta davanti al mio caffelatte, io tendevo l’orecchio e cercavo di non fare rumore con il cucchiaio nella scodella, sperando di udirli ancora un po’. Ma il suono si allontanava e diventava sempre più lontano finchè, alla fine, non si sentiva più.       

I SETTE VIZI CAPITALI – 7

Già il nome è uno scintillio, evoca qualcosa di brillante, una luminosità interiore che emana verso l’esterno. Qui il fine e il mezzo coincidono, tutti i cinque sensi sono impegnati, PERCIO’ la mente, l’intero essere.

Proprio nella mente sta la trasgressione, non nella carne come vorrebbero i censori. La condanna della lussuria, il volerla ricondurre a schemi precisi e limitati, il codificarla strettamente producono distorsioni agghiaccianti e abissi di infelicità.

Le regole morali non sono altro che sovrastrutture, grossolani e maldestri tentativi di nascondere il loro reale intento: il controllo del pensiero. Hanno buon gioco i censori: gli organi sessuali sono ridicoli, hanno odori penetranti, umori grossolani. Se non è possibile annullare ciò che si teme, meglio farne oggetto di scherno e dileggio e sperare nella docilità delle menti, abituate da secoli a piegarsi alle regole imposte in materia di bene e di male. Al massimo la si riduce ad esercizio di ginnastica, falsamente lodandone gli effetti, mascherandone le potenzialità vere.

Dunque ben vengano la libertà di espressione, il trionfo della felicità individuale e collettiva, l’esaltazione delle qualità individuali e non certo di quelle fisiche. Lasciamo a chi lo vuole l’opaco lucore delle cosiddette virtù, anch’esse mortificate dalle proibizioni, i sospiri segreti delle rinunce, il torpore dell’ignoranza. Senza alcun rimpianto. 

I SETTE VIZI CAPITALI – 6

Se l’invidia è ansia di divorare, la gola è desiderio di conoscenza. Chissà con che gusto Adamo avrà piantato i denti nella famosa mela.

Mangiare, assimilare, digerire: il goloso si appropria del mondo estraendone trionfalmente tutti i succhi e godendone appieno. Ogni metafora è scontata. Il goloso è allegro, curioso e ben disposto verso il mondo. E si libera delle scorie con compiacimento, come la necessaria conclusione del nutrimento. Nulla va sprecato.

Non per nulla i moralisti sono bocche storte, coloriti giallastri che evocano disturbi di stomaco, stitichezza. E sbagliano, o peggio sono in malafede, a giudicare il goloso dedito soltanto al soddisfacimento di un suo piacere carnale. La carnagione morale del goloso ha i colori della salute, la sua mentalità è basata sull’amicizia e sulla condivisione.

E l’entusiasmo che mette nell’accostarsi alle vivande, nell’assaporare una pietanza o nel gustare un vino prezioso è lo specchio di altrettanta positiva determinazione verso quell’evenienza non scontata che si chiama vita.

I SETTE VIZI CAPITALI – 5

Da bambina rimaneva pomeriggi interi sdraiata nel prato vicino a casa a scoprire forme che si muovevano nelle nuvole, come volute di fumo: un cavallo in corsa, un uomo con la pipa e uno strano berretto, una locomotiva seguita da una fila di vagoni.

Si lasciava scivolare sul prato, masticando un filo d’erba, gli occhi fissi al cielo, canterellando sottovoce una melodia inventata, con una sorta di brivido, un piacere segreto e non condivisibile che le chiudeva la gola e le faceva bruciare gli occhi, sola e consapevole di esserlo irrimediabilmente, almeno finchè restava lì, finchè durava quell’istante incantato.

Il mondo si specchia nel cielo e di lì nei suoi occhi, e per riceverlo e farsene riempire deve stare ferma immobile senza fare altro, lasciando che la sua mente lentamente si colmi di immagini idee elaborazioni.

E da quel momento impara ad apprezzare il valore del farniente e comprende quanto sia ipocrita e menzognera la dottrina che fa dell’attività ad ogni costo il cuore della virtù. L’accidia è creatività e cibo squisito per lo spirito. 

I SETTE VIZI CAPITALI – 4

Il mondo offre una valanga di messaggi, occasioni e opportunità. 

E’ possibile farsi coinvolgere e partecipare, oppure sottrarsi a questo incessante brusio, cadere nel silenzio e nella fredda, distante estraneità di chi è incapace di ascoltare gli altri. 

Facile ritirarsi e guardare dall’esterno, con mille nobili motivazioni. Anche la  vita contemplativa di un convento e l’esercizio strenuo ed algido della virtù può diventare un mezzo per rendersi estranei, distaccati, lontani.

Alla base di questa scelta spesso non c’è che disprezzo per l’esistenza ordinaria e banale che ci è stata assegnata, e l’intimo convincimento di essere migliori, troppo superiori per accettarla ed  accontentarsene. Diventare sordo al mondo.

Puoi sopportare anche il freddo, questo freddo che gela le ossa ed irrigidisce le membra, fino al punto che non lo senti più, tanto fa parte di te. Nemmeno avverti la più orribile delle sensazioni, la più insopportabile, quella che provoca terrore e conduce alla disperazione. Nemmeno ti accorgi di essere irrimediabilmente SOLO.

I SETTE VIZI CAPITALI – 3

I capelli di quel colore raro e indefinibile che non è più castano ma ancora non è biondo.

Lo sguardo chiaro di occhi azzurri o verdi che a noi sembrano freddi, tanto sono diversi dai nostri anonimi, bruni o neri, ma che producono calore e soprassalti ormonali a tutti i maschietti presenti nel raggio di cinquanta metri.

La pelle liscia e ambrata anche in pieno inverno, uniforme e senza difetti. I movimenti sciolti di chi sta bene nel proprio corpo, in qualunque situazione, qualsiasi cosa indossi, dall’abito da sera ai jeans strappati e sfilacciati.

E la semplicità, la risata spontanea, l’assenza di imbarazzo, l’atmosfera elettrica che le circonda, ragazze come queste che sembrano rare e invece sono sempre troppe, hanno sempre troppo.

Quanto le abbiamo invidiate, noi adolescenti brune, insignificanti e sbiadite al loro confronto, annullate, cancellate dalla loro personalità, dalla loro bellezza, dal loro fascino naturale, da tutto ciò che non siamo e non saremo mai, costrette a restare ai margini e ad assistere al loro trionfo.

E passati alcuni anni, disilluse e ciniche, i nostri desideri si concentreranno su altre cose, il possesso di beni, la posizione sociale, i soldi, il potere, il dominio. Senza accorgerci dell’equivoco, sottomesse ed acquiescenti alla menzogna, rose da ciò che ci appare come la voglia di AVERE ed altro non è che il desiderio di ESSERE, essere amate, essere desiderate, essere importanti ed uniche.

E viviamo con questo desiderio insopprimibile di un’altra vita, con un’ansia di possesso da  cannibali, decise a divorare ogni cosa, senza smettere di chiedere, e la domanda non è quella che ci appare e cui crediamo in partenza, perché non HO quello che hai tu?

La domanda giusta è: perché non SONO te?

I SETTE VIZI CAPITALI – 2

Un sotterraneo dalle pareti di metallo. Il ronzio dell’ascensore, e lo scatto metallico degli ingranaggi. Nessun altro suono, a parte questi. Il silenzio che riempie ed occupa tutto lo spazio.

Vedersi dall’esterno, come dentro un acquario, i gesti rallentati e previsti in anticipo.

Il mondo ha perso i suoi colori, ricoperto da una patina di grigio che riflette macchie di luce opaca come metallo satinato.

Calma e lucidità infinite, l’opposto di quanto si crede.

E dopo, quando i colori torneranno a poco a poco ed i suoni ricominceranno a farsi sentire, sarà difficile credere che sia successo, se non fosse per i muscoli irrigiditi che lentamente si rilassano, per le corde vocali indolenzite, per gli occhi umidi e qualcosa, nella voce, che ancora trema. 

I SETTE VIZI CAPITALI – 1

La cisterna dell’acqua, vuota e pronta da riempire.                

    E la fonte, che getta acqua limpida e copiosa, inesauribile.

Lasciami guardare ancora un po’ il vuoto della cisterna, pregustando di riempirla poco a poco, lentamente, interrompendomi più volte, scrutando la traccia umida delle gocce lungo le pareti polverose.

Anch’io, come tutti, sono rivolta al di più. Più di tutto, più profondo, più vero, più intimo, più stretto, più, più, più.

Ma il vero piacere è nel poco, nel meno, nel vuoto. Vuoto da colmare, ma con lentezza, con parsimonia, anche con avarizia. Piacere da assaporare, da centellinare con infinita pazienza, da negarmi quasi, perché il meno diventi più del più.

Non c’è gusto di possedere lontanamente paragonabile al gusto di desiderare.   

IL ROC DELLA REGINA – 9

    Quel pomeriggio stesso il tempo cambiò, un vento umido e quasi tiepido iniziò a soffiare da settentrione e prima che facesse buio i ragazzi messi di guardia sopra la valle vennero a dirci che un altro gruppo di uomini a cavallo era comparso sulla strada. Con loro viaggiava un carro di piccole dimensioni, coperto da una tenda. Alcuni degli uomini dell’accampamento erano andati ad incontrarli e tutti insieme avevano preso il sentiero che si arrampicava sulla collina.

    Onorato ed io ci guardammo in viso e senza una parola ci incamminammo. Insieme a me conducevo Michele, benché non fosse altro che un bambino. Era un’occasione unica nella sua vita e non volevo che la perdesse. Avrebbe fatto di lui un uomo. A metà salita deviammo incontro al drappello che risaliva faticosamente il sentiero. Il fango sciolto rendeva difficoltosa la salita e i cavalieri avevano dovuto smontare per fare forza sulle ruote. Senza parlare uscimmo dalla macchia e affiancammo il carro. Molte mani corsero alle spade, ma l’uomo che aveva parlato con noi disse qualcosa in una lingua sconosciuta e vidi gli uomini cambiare espressione e i loro muscoli rilassarsi.  Tutti i loro sforzi si rivolsero ad aiutare i cavalli ed anche noi fummo chiamati a spingere diverse volte. Finalmente, come volle il Cielo, approdammo nella radura. Onorato, Michele ed io ci ritirammo in disparte. 

    La tenda venne sollevata e dal carro scese un uomo molto anziano. Era alto e magro, i suoi movimenti erano esitanti e si appoggiava a un grosso bastone. Una lunga barba bianca gli scendeva  sul petto. Una persona degna di rispetto, a giudicare dall’atteggiamento dei suoi compagni. Si fece da parte e alcuni uomini dal pianale del carro sollevarono qualcosa che sembrava un grosso fagotto avvolto in un drappo nero. Non molto pesante, in apparenza, data la relativa facilità con cui lo spostavano. Quanto potrà pesare il corpo di una donna anziana?, mi ritrovai a pensare.

    Appoggiai una mano sulla spalla di mio figlio e lo spinsi un passo davanti a me. “Adesso guarda, Michele, e non dimenticare mai ciò che accade questa notte”, gli sussurrai all’orecchio.

    Alla luce delle fiaccole, i forestieri deposero il corpo della regina nella tomba scavata dentro il roc. Tutti restarono in silenzio per qualche minuto, poi l’uomo anziano si avvicinò e prese a parlare. La sua voce era ferma ma aveva accenti di grande dolore. Non potevamo conoscere il significato delle sue parole ma comprendemmo che si trattava di una breve orazione funebre. Infine diede un ultimo sguardo all’interno del sarcofago, poi fece un passo indietro. Uno degli uomini gli porse una ciotola. Eravamo troppo lontani per vedere ciò che conteneva, tuttavia immagino che si trattasse di qualcosa di adatto a sigillare la sepoltura. Il vecchio prese a spalmare il materiale lungo i bordi con una piccola spatola di legno, camminando lentamente tutt’intorno. Infine fece un cenno e due uomini sollevarono una grossa pietra piatta, che non avevo mai notato prima, e l’appoggiarono con cura sul sarcofago. Un coperchio era pur necessario, pensai.

    Cadde nuovamente il silenzio. Gli uomini indugiavano a capo chino, tutti tranne il venerabile vecchio che si ergeva voltando il capo in giro, come ad imprimersi nella memoria tutti i particolari del luogo. All’improvviso mi sentii fuori di posto, un estraneo, sia pure animato da rispetto. Presi la mano di mio figlio, afferrai la spalla di Onorato ed in silenzio, inosservati, ci ritirammo nel buio del bosco.

    Conoscevamo i posti fin da quando eravamo nati e non ci fu difficile tornare al villaggio benchè le nuvole coprissero il cielo e la notte fosse priva di stelle. Il vento era divenuto gelido e soffiava tra i rami degli alberi strappandone le ultime foglie che ci cadevano sul viso in carezze umide. Michele mi stringeva la mano e vidi Onorato, che camminava davanti a noi, rabbrividire e non certo per il freddo. Proprio mentre arrivavamo tra le case del villaggio una folata di vento ci investì e con esso i primi fiocchi di neve. Ci separammo senza parlare.

    Quella notte si levò la tormenta e per i due giorni successivi la neve cadde copiosa, soffice e asciutta, a piccoli grani gelati. Quando finalmente Onorato, Michele ed io ci azzardammo ad uscire e a risalire la collina erano passati diversi giorni. La neve formava una crosta gelata e resistente che brillava al sole senza potersi sciogliere. La radura era bianca e silenziosa, il roc della Regina giaceva ammantato di neve e la sua forma era quasi indistinguibile dal resto del paesaggio. Non v’era più traccia degli uomini, come se non fossero mai esistiti. Ma da un ramo basso pendeva l’otre che avevo lasciato, vuoto e irrigidito dal gelo. Lo presi e lo misi sotto il mantello. Non c’era più niente da dire.  

    Il tempo è passato inesorabile e ormai sono decrepito, si avvicina l’ora in cui dovrò presentarmi al trono di nostro Signore. Michele è diventato un uomo forte e intelligente, e anche se non ha mai parlato ciò non gli ha impedito di formare una famiglia solida rallegrandomi con la nascita di molti nipoti. Il roc della Regina è sempre al suo posto, considerato sacro e degno di rispetto. Non è raro, nella bella stagione, trovarlo ornato di fasci di fiori e di piccole pietre, ma non si sa chi sia a deporre questi omaggi. Forse le fate o i folletti che da sempre popolano il bosco, e raramente si mostrano ai mortali. Talvolta, di notte, si odono i suoni sottili dei flauti e risuonano chiare risate argentine. Io sono cristiano e non è bene che lo dica, ma io credo che nella quiete della foresta il gentile, piccolo popolo delle foreste danzi ancora al chiaro di luna intorno al roc della Regina.           

N.d.A. Gli avvenimenti descritti in questa narrazione , pur se ispirati a un luogo realmente esistente, non hanno alcun riferimento storico e sono frutto esclusivamente della fantasia dell’autore.