La nonna rimase vedova molto giovane. Il nonno venne colto da un gran temporale mentre era in campagna, lasciò il lavoro e corse a casa ma si inzuppò fino alle ossa. Prese la polmonite e in due settimane morì. Lei restò sola con due bambini piccoli da allevare.
Si era sposata contro la volontà dei suoi genitori, contadini ricchi con bestie e terra, poco contenti di dare la loro prima figlia a un poveraccio qualsiasi senza neanche un pezzetto di orto da piantarci due foglie di insalata. Ma poiché avevano diversi altri figli e figlie non insistettero più di tanto, liquidarono la nonna con un pezzo di terra come anticipo sull’eredità e se ne lavarono le mani, con l’avvertenza di non andare più a domandare nient’altro, nemmeno in caso di bisogno.
Il nonno aveva preso un po’ di terra in affitto, giù nella piana, e la coltivava a grano e meliga. In più c’era la dote della nonna, una vigna che occupava in parte il versante di una collina esposto a solatìo e arrivava fino in cima, dove c’era una baracchetta per gli attrezzi, i pali e tutto l’occorrente, oltre a un piccolo serbatoio di cemento per l’acqua dai bordi color verderame. Di fianco c’era persino una rosa che a maggio metteva decine di fiori. La vigna del Brich Ross, si chiamava, ed era proprio una bellezza, così diceva la nonna. I filari ben allineati, i tralci ben legati, il terreno al piede vangato come si deve. Se c’era vento le foglie si muovevano allegramente, se pioveva l’acqua sgocciolava via formando dei ruscelletti, da lontano il pendio era regolare come un disegno. Le viti sembravano contente di essere lì, in autunno davano dei bei grappoli lunghi, dagli acini gonfi e succosi. Il nonno vendeva le uve e, oltre al denaro importante per la famiglia, aveva diritto a un paio di damigiane del vino prodotto. Diceva la nonna di non avere mai più assaggiato, da allora, del vino così buono.
Insomma, era evidente che la terra affittata non sarebbe riuscita a coltivarla da sola. Di prendere dei lavoranti non se ne parlava, si sarebbe mangiata tutto il guadagno. Così, venuto san Martino e venduto il raccolto, la nonna la restituì ai proprietari e cercò qualcosa da fare in paese, perché mangiare bisogna, e pagare l’affitto di casa, e i bambini crescono e hanno bisogno di tante cose. Non chiese niente ai suoi genitori, secondo gli accordi, peraltro vivevano distanti dal paese e potevano anche fare finta che la figlia non avesse bisogno di niente. L’unica ad aiutarla fu la zia Velia, sorella del nonno, che le dava qualcosa ogni tanto, quando poteva, ma anche lei e zio Cundu erano gente modesta con una nidiata di bambini e in tasca mancavano sempre venti soldi per fare una lira, se capite cosa intendo.
Il poco che aveva da parte – perché non si sa mai, una malattia o una disgrazia, come si usa dalle nostre parti – il povero nonno non aveva nemmeno fatto a tempo a spenderlo in medicine o cure. Con quello e qualche lavoretto qua e là, lavare e stirare e fare pulizie per le signore del paese, la nonna riuscì a cavarsela per i primi tempi. Consumate le risorse, la situazione si fece difficile e la nonna iniziò a ricevere delle richieste di acquisto per la vigna del Brich Ross. Come ho detto, era in una bella posizione e a qualcuno faceva gola. Forse pensavano che una vedova sola con la famiglia da mantenere si sarebbe accontentata di una cifra inferiore al suo valore, fatto sta che si presentarono a più riprese diverse persone con delle offerte dapprima irrisorie, poi piano piano più adeguate al valore della terra. Ma la nonna a tutti diceva di no, di no, che quella vigna era la sua eredità e che avrebbe almeno provato a coltivarla per un po’. Poi si sarebbe visto. Accompagnava tutti alla porta, con gentilezza e fermezza, ripetendo di no, almeno per il momento no.
Fu così che la nonna si mise a coltivare da sola la sua bella vigna del Brich Ross. Era sempre vissuta in campagna e conosceva i lavori per averli fatti direttamente o visti fare da ragazza. Era una donna robusta e non temeva la fatica. Prendeva una coperta e i due bambini, la bambina forse di cinque anni, il maschietto di due, li sedeva sulla coperta vicino al ciabòt sulla collina, la grande guardava il piccolo e lo sorvegliava perché non andasse nei pericoli. La nonna si inoltrava nei filari e lavorava nella vigna.
Quella bambina era la mia mamma ed è stata lei a raccontarmi tutta questa storia. Va a sapere, pur così piccola quelle giornate le erano rimaste impresse nella memoria. Ricordava benissimo certe fredde giornate passate a giocare sulla soglia della baracca, il fratellino imbacuccato nella coperta, il tich tich delle forbici da potare e la mamma che passava lentamente tra i filari, e verso il calare del sole il fumo grigio che saliva dal falò dei tralci tagliati. Doveva essere la fine dell’inverno. E altre giornate nebbiose in cui si arrischiava a seguirla in mezzo alle viti, e come si incantava a vederla sfilare un rametto di salice dal fascio che portava nel grembiule, passarlo tra le mani saggiandone la consistenza e legare i tralci al filo di ferro con gesti rapidi e sapienti. Il salice giallo si arrotolava una, due, tre, molte volte intorno a se stesso, poi il capo si piegava all’indietro e passava sotto, un taglio alla parte residua e la legatura era bell’e fatta, ferma e solida come doveva essere. Un passo avanti e la nonna ricominciava. Lentamente, con calma e metodo e infinita pazienza.
Poi la potatura verde nelle giornate estive, per fare sì che i grappoli ricevessero il sole e la luce necessaria, ma con criterio, valutando l’opportunità di tenere certi rami per l’anno successivo, senza esagerare, lasciando un po’ di protezione in caso di pioggia forte o peggio, di grandine. Mucchi di fronde che si accatastavano in fondo ai filari, il fratellino ci saltava dentro ridendo ed entrambi masticavano i viticci dal gusto acidulo. Le bistecche, li chiamavano. Nessuno dei due aveva mai visto una bistecca e non avevano idea di cosa fosse.
Quando la nonna dava l’acqua si avvolgeva la testa in uno scialle, si caricava la bòita sulle spalle e dirigeva il getto sulle foglie che rimanevano macchiate di azzurro. Era un lavoro faticoso e bisognava sapere le proporzioni, tanto di acqua, tanto di verderame, tanto di calce per fissare. Il serbatoio veniva comodo. E poi lo zolfo sui grappoli, con il soffietto di pelle e il tubo di rame. State lontani e non toccate, diceva la nonna, che questo è veleno.
La nonna faceva tutto da sola, si rompeva la schiena di fatica, non c’era festa né riposo. Finito con la vigna se ne andava a lavorare per le signore, portava a casa montagne di panni da lavare e da stirare, stava sveglia fino a tarda notte. Zia Velia guardava e scuoteva la testa. Va a finire che ti ammali, le diceva, e poi cosa ne sarà dei tuoi figli? Non mi ammalo, rispondeva lei, ne è bastato uno, io non mi ammalo.
Ma per quanti sforzi facesse, presto fu chiaro che non ce l’avrebbe fatta. La mamma mi raccontò che si svegliò una notte sentendo delle voci, dei mormorii. Zia Velia e zio Cundu erano seduti al tavolo della cucina con la nonna e parlavano fitto fitto. La nonna aveva le mani in grembo e teneva la testa bassa. La mamma aveva sentito una specie di vergogna, non si era fatta vedere ed era tornata a letto senza rumore. Qualche giorno dopo la nonna aveva annunciato che sarebbero andati a stare in città, una cugina le aveva trovato una casa e un buon lavoro. E la vigna?, aveva domandato la mamma. La vigna l’ho venduta. Ed era stato chiaro che non ci sarebbero state altre spiegazioni.
In effetti la nonna aveva venduto la vigna a un prezzo onesto, a una brava persona che l’avrebbe tenuta come si deve. Zio Cundu se ne era fatto garante e c’era da fidarsi perché zio Cundu era un galantuomo. La famigliola si trasferì in città e le cose andarono proprio come aveva detto la nonna, ebbero un piccolo appartamento, la nonna andò a lavorare nella lavanderia di un albergo di lusso, i bambini andarono a scuola, diventarono grandi e quando fu il momento si fecero la loro vita. Al paese ci tornavano per i Morti, a portare i fiori alla tomba del papà e più avanti a quelle di zia Velia e zio Cundu. Ma il cimitero era nella piana e la nonna non volle mai tornare al Brich Ross.
Soltanto in tarda età incominciò a parlare del passato. Fammi guardare il calendario, diceva. Scorreva lungo i giorni rossi e neri il dito piegato dall’artrite e da tanti anni di acqua calda e ferro da stiro. Ah, questa è la luna buona per potare, quando avevamo il Brich Ross avevo già iniziato almeno da due giorni. Oppure: chissà se le hanno dato l’acqua, bisogna pensarci per tempo a queste cose. E lo zolfo, ormai i fiori sono caduti e gli acini sono fatti.
Io facevo qualche domanda ogni tanto, cautamente, perché capivo che l’argomento era delicato ed era meglio non provocare ricordi dolorosi. Ma pareva che la nonna fosse contenta di parlarne, dopo tanti anni. Di che colore era la rosa che stava vicino al ciabòt, nonna? Oh, era rossa, e aveva un profumo che si sentiva a distanza. Se c’era un po’ di vento arrivava fino in mezzo alla vigna. Faceva tanti di quei fiori, tanti di quei fiori… Ogni tanto ne portavo un mazzetto al pilone della Madonna, sulla strada di casa. Mah… restava un po’ in silenzio e cambiava discorso.
Quando poi fu costretta ad andare in casa di riposo, dopo una caduta che ci aveva fatto spaventare tutti, incominciò a chiedere notizie. E la vigna, Francesca, ci vai mai a vederla? Fai una cosa per me se vuoi, vai al Brich Ross, guardala bene e poi vieni a raccontarmi. Ci andai qualche volta, con l’auto non era una strada lunga e in più si trattava di una bella gita da fare la domenica. La vigna era sempre là, ben coltivata, si sarebbe detto allegra e sorridente sul fianco della collina. Ne riferivo alla nonna che mi chiedeva sempre dei particolari. E l’erba, la tagliano? Le piante sono vangate? Stai tranquilla nonna, la vigna è in ordine e la trattano bene.
Passò l’inverno e tra una cosa e l’altra non ci fu più occasione di tornare al paese fino al mese di maggio. Ed ecco la sorpresa. La collina era a metà sbancata, a mezza costa stazionavano due escavatori. La vigna non c’era più. Restavano il ciabòt, incongruo sulla cima del poggio, e il serbatoio di cemento. La rosa fioriva sulla sommità, decine di rose rosse, proprio come aveva detto la nonna. Quasi mi sembrava di sentirne il profumo. Tornai a casa e quando la settimana successiva andai a trovare la nonna non me la sentii di darle la brutta notizia. Le dissi che la vigna era bella come sempre, che i lavori erano fatti a regola d’arte e che i proprietari evidentemente ci tenevano. Fui anche troppo entusiasta, infatti la nonna se ne accorse e mi disse: non me la racconti giusta, ci deve essere qualcosa che non va. Era molto anziana ma in quel momento sembrava ancora più vecchia, una donna decrepita in un letto bianco con le mani abbandonate sul lenzuolo. Adesso vai a casa, voglio dormire un po’. Chiuse gli occhi e una lacrima le scese dall’angolo dell’occhio. Non l’avevo mai vista piangere, in tanti anni. Le diedi un bacio e me ne andai in punta di piedi. Non si svegliò più.