IL ROC DELLA REGINA – 8

    La sera stessa radunai gli abitanti del villaggio nella stalla più grande e comunicai le informazioni che avevo raccolto dagli stranieri. Come avevo immaginato, non fu facile vincere i loro timori. Soprattutto durammo non poca fatica a far tacere le donne. Ma anche alcuni uomini rumoreggiavano inquieti e preoccupati. Tra di loro Comino aveva sul viso i colori della paura e continuava a farneticare di mala sorte, di sciagure che si sarebbero abbattute sul villaggio. Propose di assalire i forestieri durante la notte e di sgozzarli prima che potessero reagire, di disperdere e bruciare il corpo della regina prima che potesse essere deposto nella tomba. Venne subito tacitato.

    “Tu dimentichi che tra loro vi sono degli uomini armati”, disse Onorato. “Come pensi di avere ragione delle loro spade? Con il tuo coltellaccio da porcaro? Avresti il coraggio necessario per assaltare l’accampamento? E te la sentiresti di profanare il cadavere di una regina?” Comino si ritrasse mostrando il bianco degli occhi.

    Finora ero rimasto in silenzio ad ascoltare la discussione. Infine mi feci avanti. Cadde il silenzio. “Abbiamo sempre considerato questi luoghi, il bosco, la sorgente , i roc disseminati tra gli alberi, come appartenenti alla nostra comunità, memorie del nostro passato”. Parlavo lentamente cercando di fare ordine nei miei pensieri. Non era semplice dire le cose giuste per essere compreso. “I nostri antenati, prima di essere cristiani, celebravano il loro culto presso l’acqua e vicino alle pietre. Non vedo il motivo per cambiare idea proprio adesso”.

    Si levò un mormorio che feci tacere con un cenno della mano. “Da cristiani non possiamo negare un luogo di sepoltura alle spoglie che ospitarono un’anima immortale. Gli stranieri se ne andranno presto e difficilmente li vedremo ritornare. Non sono venuti a profanare né a distruggere. Non è di loro che dobbiamo avere paura. Al contrario”, aggiunsi dopo una breve pausa, “la presenza delle spoglie regali renderà il luogo ancora più sacro”.

    Onorato suggerì di lasciar passare quella notte prima di prendere una decisione e tutti tornarono a casa in silenzio. Posso affermare senza paura di essere smentito che non fu una notte tranquilla per nessuno, eccetto forse i neonati.

    Il giorno successivo Onorato ed io risalimmo la collina e ci presentammo all’accampamento. “La vostra regina riposerà qui fino all’ultimo giorno, quando tutti vedranno la gloria di Nostro Signore. La sua tomba non subirà oltraggio, almeno finché noi saremo in vita”, annunciò Onorato. I forestieri annuirono in silenzio. “Così sia, per i secoli a venire”, disse l’uomo che conoscevo. Questo fu tutto.

IL ROC DELLA REGINA – 7

    Lo straniero fece un lievissimo cenno del capo. Prese l’otre e si alzò. “Vieni”. Mi condusse vicino al roc dove per tutto il tempo il suo compagno non aveva smesso di scalpellare. Il grosso masso presentava ormai una cavità lunga all’incirca sei piedi e profonda due. Erano visibili i segni degli scalpelli ma le pareti interne avevano ormai preso una forma regolare, perpendicolari al fondo piano e livellato. Lo guardai in volto, come a chiedere una conferma di ciò che vedevo. 

    L’uomo annuì. “Sì, è un’urna, proprio come pensate. Questa tomba è stata scavata per la nostra regina.” Ero confuso e non sapevo cosa dire. “Non devi pensare a un atto di spregio o di prepotenza”. L’uomo tese l’otre al compagno, mi prese per un braccio e mi riportò accanto al fuoco. Io tacevo nonostante le mille domande che mi si affollavano nella mente.  

   “Veniamo dal nord”, riprese lo straniero. “Secoli fa la nostra stirpe fiorì e dominò per tutte le terre fino al grande mare infinito, a occidente. Il nostro sangue si è mescolato con quello di tutti popoli che incontrammo sul nostro cammino e probabilmente qualche goccia scorre anche nelle tue vene. Il nostro dominio, seppur conquistato con le armi, non fu crudele e preferimmo la pace al giogo dell’oppressione. Diventammo cristiani, proprio come lo siete voi. Ma vennero altri popoli più forti e numerosi a dominare questa parte del mondo e a poco a poco fummo respinti. Chi rimase fu schiacciato. I più fieri tra noi furono ricacciati verso il nord. Là viviamo ancora, divisi in signorie e piccoli regni poco importanti. Sebbene vinti e dispersi non perdemmo la vera fede in nostro Signore Gesù Cristo”. Si passò una mano sul volto. “Ora la nostra regina, nella maturità della sua vita, lasciò il regno in mano al figlio, suo legittimo successore, per sciogliere un voto e recarsi in pellegrinaggio a Roma con alcuni uomini di scorta. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò di febbre e nonostante la sua forte fibra poco tempo fa sopraggiunse la morte. Non potendo ricondurre le sue spoglie al regno da cui proveniamo, noi siamo stati mandati avanti a cercare un luogo di sepoltura degno del suo rango e della sua nobiltà”.

    L’uomo distolse lo sguardo e fissò le fiamme che ardevano tra le pietre. “Non possiamo certo depositare le sue spoglie nella nuda terra, alla mercé delle intemperie e degli animali selvatici. Fortunatamente l’inverno ci ha consentito un po’ di tempo per trovare e preparare il luogo adatto, rallentando la corruzione che è il destino di tutti i corpi ormai privi della loro anima immortale”. Sollevò la testa e mi guardò. “Ed ecco il motivo della nostra presenza”.

    Rimasi qualche momento in silenzio. “E’ giusto”, dissi. “Lo dirò al villaggio, e non credo che nessuno troverà qualcosa a ridire”. Era la prima volta, nella mia vita, che trattavo con qualcuno da pari a pari, senza dover dimostrare sottomissione e senza provare timore. “Apprezziamo molto il vostro vino”, disse l’uomo, “e non soltanto come segno di comprensione e amicizia”. L’accenno di un sorriso gli balenò negli occhi grigi e profondi. “In fede mia, è buono e dà calore”. Sorrisi e feci per andarmene, ma l’uomo mi fermò con un cenno della mano. “Ancora una cosa… Non vi chiedo certo di sorvegliare la sepoltura o di onorarla in alcun modo. Potete dimenticarvene e fingere di non averci mai visti, e credo che sarebbe la soluzione migliore per tutti, date le circostanze”.

    Pensai un po’ prima di rispondere. “Anche di questo parlerò al villaggio questa sera stessa”. Mi alzai e mi avvolsi nel mantello. Era quasi buio. Sulla via del ritorno, mentre rimuginavo su quanto mi aveva detto il forestiero, un pensiero mi colpì all’improvviso lasciandomi sbalordito. Quegli uomini avevano bisogno di noi. Non chiedevano tanto la custodia di un luogo reso sacro dalla sepoltura regale, domandavano piuttosto il  permesso per lasciare qualcosa cui tenevano immensamente in un luogo che sacro era già, e che apparteneva a noi da sempre. Da ciò incominciai a comprendere che forse l’importanza della nostra comunità era maggiore di quanto tutti noi avessimo sempre pensato. Valeva la pena di avere un po’ meno paura del mondo.

IL ROC DELLA REGINA – 6

    Il terzo giorno mi decisi. Presi un piccolo otre di vino e mi diressi verso la collina. Non mi curai di evitare i rumori né di nascondermi,  anzi volevo che mi vedessero e mi udissero arrivare. Non mi voltai, ma ero certo che uno degli uomini messi a guardia dell’accampamento aveva preso a seguirmi , pronto a fermarmi se si fosse reso necessario.  Nell’ultimo tratto del sentiero mi si affiancò senza dire una parola e senza guardarmi. Ma io vedevo la sua mano sull’impugnatura della spada.

    Gli altri uomini erano impegnati nelle loro faccende. Uno era di guardia verso il versante opposto al villaggio dove passava la vecchia strada consolare, d’inverno quasi sempre deserta. Uno stava nutrendo i cavalli con qualche pugno di fieno tratto dal sacco che pendeva da un ramo, appeso per preservarlo dall’umidità. Un uomo anziano sedeva accanto a un piccolo fuoco acceso tra alcune pietre. Gli ultimi due infine lavoravano intorno al roc, e uno di questi era il tale che era venuto al villaggio. Mi vide e venne verso di me.

    “Due uomini non possono fare conoscenza se prima non hanno bevuto insieme”, dissi, accennando all’otre che portavo sotto il braccio. Lui mi fece segno di sedermi accanto al fuoco.  Prese l’otre che gli offrivo e bevve una lunga sorsata. Aveva un’espressione calma e grave, per nulla allarmata, come se la mia presenza tra di loro fosse una cosa naturale. E in effetti, a ripensarci, forse lo era. Era nell’ordine delle cose che una comunità, per quanto piccola e spaurita, desiderasse sapere chi e perché venisse a sconvolgere la sua vita precaria e a interessarsi, se non a profanare, i simboli antichi della sua stessa esistenza.  

   Bevvi anch’io dall’otre, pensando a come avrei potuto iniziare a domandare ciò che mi premeva. Ma l’uomo parlò per primo. “Immagino che ti chiederai cosa stiamo facendo quassù”.

    Assentii con il capo. “Al villaggio sono molto turbati.”. L’otre passò nuovamente di mano. “Molti si chiedono chi siete e perché siete venuti proprio qui da noi”.

    “E tu?”, chiese l’uomo. “Anche tu sei turbato?” Attesi un attimo prima di rispondere. “Be’, mentirei se dicessi che non lo sono. I roc hanno un significato sacro. Ma la curiosità è più grande del turbamento”.

IL ROC DELLA REGINA – 5

    Uno dei due, un uomo di mezza età, parlò. “Dite, quell’uomo, avete del cibo da vendere?” Probabilmente vide la mia espressione perché si affrettò ad aggiungere “Non vogliamo farvi del male. Abbiamo fatto molta strada e le nostre provviste sono finite. Abbiamo anche bisogno di fieno per i cavalli. Possiamo pagare.” Slegò i lacci di una piccola borsa che teneva appesa alla cintura e ne trasse alcune monete, allungando il braccio per mostrarmele. Aveva una mano callosa e robusta. Distinsi dei piccoli ramesini e un denaro papiense d’argento. L’altro uomo che era con lui non aveva detto una parola. Si limitava a guardarsi intorno tranquillamente, avvolto nel mantello da cui spuntava la spada.

    Ero solo, il villaggio pareva deserto e abbandonato. Da dietro una casa spuntò Onorato, dirigendosi verso di noi. Ci guardammo in faccia e lui fece un lieve cenno d’assenso. “Abbiamo del pane e del formaggio, se volete”.  “Benissimo”, disse l’uomo. Smontò da cavallo. “Vi aspetto qui.” Aveva una voce strana e gutturale, come di qualcuno che parla molto bene una lingua non sua. Entrai in casa, recuperai qualche focaccia e alcune piccole forme di cacio. Nella stalla riempii un sacco di fieno e tornai fuori. Onorato non si era mosso. Allungai le provviste al forestiero e presi il denaro che mi tendeva. Diedi un’occhiata e non potei trattenermi. “E’ troppo”, dissi. Gli restituii la moneta d’argento. Lui era già risalito in sella. “Apprezzo la vostra onestà”, disse. “Forse avremo ancora bisogno di qualcosa”.

    A quel punto mi azzardai ad informarmi. “Vi tratterrete molto?” L’uomo si passò una mano sul viso. “Non molto, soltanto qualche giorno. Siamo in viaggio verso nord”. Fece girare il cavallo ma prima di andarsene si voltò sulla sella. “Richiamate le vostre donne e i bambini. Non hanno niente da temere”. Accennò al bosco dal quale, ne ero certo, decine di paia d’occhi ci osservavano. “Non siamo briganti. Se lo fossimo, nascondersi non servirebbe a nulla”. Alzò una mano in segno di saluto. Onorato e io rimanemmo a guardarli mentre risalivano la collina finché non sparirono nel bosco. “Potevi chiedergli che cosa stanno facendo con quel roc, già che c’eri”, disse Onorato. “Perché non glielo hai chiesto tu?” Feci spallucce senza nascondere l’irritazione.

    Più tardi, nel corso della giornata, dovetti sopportare i commenti di mia moglie. “Mi hanno detto che hai rifiutato una moneta d’argento in cambio delle nostre provviste. Proprio una bella pensata. La prossima volta che deciderai di fare dell’elemosina, ricorda che hai quattro figli e una moglie.” “Taci, donna. Con le monete di rame potrai comprarti un fazzoletto alla prossima fiera. E la nostra scorta di viveri non è stata intaccata”. Non disse più nulla ma la sentii brontolare tra sé fino a sera. 

    Nei giorni successivi gli stranieri non si fecero più vedere al villaggio, eppure sapevamo che erano lì dal sottile filo di fumo che si alzava dal colle in certe ore della giornata. A volte il vento che soffiava a folate portava un tintinnio di metallo e i colpi ritmici dei mazzuoli. Onorato ed io ci sorprendevamo spesso ad ascoltare quei suoni, immobili, con le orecchie tese. Ma nessuno dei due parlava.

IL ROC DELLA REGINA – 4

    Sul viso di Onorato vedevo rughe profonde di preoccupazione. Attesi finché non arrivammo alla cima poi passai avanti. In silenzio, cautamente, raggiungemmo l’osservatorio della mattina, una macchia scura e profonda di felci e cespugli sempreverdi. Gli uomini erano sempre lì, intorno al fuoco. Avevano deposto i fardelli e le sacche, governato i cavalli. I tre mercanti, o almeno così mi parevano, si affaccendavano intorno al masso che già quella mattina aveva destato il loro interesse. Lo avevano raschiato e ripulito e liberato dalla terra che lo circondava al piede. Nelle vicinanze giacevano allineati alcuni attrezzi: scalpelli, punte, mazzuoli di diverse dimensioni. Tutt’intorno erano disseminate grigie schegge di granito. La superficie della pietra recava numerosi segni biancastri simili a cicatrici. Il lavoro però era stato interrotto, gli uomini si stavano preparando per la notte. D’inverno le giornate sono brevi e il sole rosseggiava basso sull’orizzonte.

    Onorato ed io restammo ancora un poco poi ci allontanammo tra le ombre. “Avevi ragione, non sono predoni”, mormorò Onorato mentre scendevamo verso il villaggio. “Non si direbbero pericolosi, ma mi chiedo cosa facciano da queste parti”.

    “Hai visto cosa stanno facendo”, replicai. “”E’ un comportamento molto strano”.

    “Non mi piace per niente. Attireranno le ire degli spiriti.”

    “Se ti sentissero i fratelli del monastero, giù al lago, direbbero che sei un pagano.”

    Onorato fece una smorfia. “Non mi interessa cosa direbbero. Io non sono un pagano, ma i roc bisogna lasciarli stare, se si vogliono evitare guai”.

    “La penso anche io come te, ma cosa possiamo fare? Andare da loro e cacciarli via? Hai visto anche tu i soldati e le spade.”

    “Non mi piace”, ripetè Onorato. “Dall’inizio del mondo i roc stanno lì dove sono, così come sono stati depositati dagli dei antichi. Molto prima della venuta di nostro Signore Gesù Cristo. Sono proprietà degli spiriti dei boschi e del popolo sottile che li abita. E ora arrivano questi stranieri e iniziano a lavorarci sopra come se fossero banali pietre da cava, con il rischio di risvegliare gli spiriti e di contrariare gli esseri invisibili della foresta.”

    “Come sai che sono stranieri?”, domandai.

    “Hai visto anche tu le armature, la foggia degli abiti, i finimenti dei cavalli. Non è gente di queste parti”.   

    Onorato aveva ragione. I forestieri si comportavano stranamente. Non erano interessati al villaggio, e questo era un bene, ma il loro atteggiamento nei confronti del grande roc della radura mi impensieriva. Tuttavia non era il caso che donne e bambini restassero all’aperto, dato il gelo della notte invernale. “Forse dovremmo farli tornare”, dissi ad Onorato. Lui approvò. “Metteremo qualcuno di guardia stanotte”.

   La notte passò tranquilla e non disturbata da ulteriori allarmi. La mattina successiva c’era un pallido sole e avevo i lavori sospesi il giorno prima da ultimare ma non osai allontanarmi troppo dal villaggio. Gironzolai un poco tra le case e infine mi risolsi a sedere davanti all’uscio a riparare alcuni attrezzi. Il lavoro finì per assorbire tutta la mia attenzione, così non mi accorsi di nulla finché non mi rialzai e sollevai la testa. Davanti a me stavano due dei forestieri a cavallo. Non li avevo sentiti avvicinarsi.

IL ROC DELLA REGINA – 3

    Ci inoltrammo nel bosco tenendoci al riparo del costone, andando incontro agli sconosciuti. Volevo osservare i loro movimenti, con un po’ di fortuna il sottobosco ci avrebbe nascosti alla loro vista. Li sentivamo arrivare attraverso gli alberi, evidentemente non si curavano di essere notati. Gli uomini salirono fino quasi alla sommità poi si fermarono in un ampio spiazzo circondato da querce e frassini. Qua e là dal terreno affioravano enormi massi ricoperti di licheni, noi li chiamiamo roc, e a poca distanza da una pozza orlata di ghiaccio affiorava una piccola sorgente. Il luogo ideale per un accampamento.

    Gli uomini smontarono e uno di loro condusse i cavalli a bere. Erano animali robusti, dal pelo lungo e spesso, ben pasciuti. Bestie tenute bene, indice di proprietari facoltosi. Ciò mi rincuorò un poco, mentre li osservavo dal mio nascondiglio tra le felci. Chi possiede ciò che gli serve non se ne va in giro ad assaltare villaggi indifesi. Inoltre gli armati erano soltanto tre, dotati di calotte e corsetti di metallo. Gli altri indossavano abiti comuni, caldi e di buona fattura, a quanto potevo vedere. Sembravano mercanti in viaggio con la loro scorta. Da ciascuna sella pendevano sacche di cuoio e lame corte nel loro fodero.

    Mentre i soldati si occupavano dei cavalli e accendevano un piccolo fuoco, gli altri tre si radunarono vicino a un masso e presero a confabulare. Giravano intorno alla pietra osservandola con attenzione, passando le mani sulla superficie ruvida e corrosa dalle intemperie. Uno di loro trasse una cordicella e la tese più volte lungo la pietra, in diverse direzioni. Gli altri sembravano approvare con cenni del capo. Finalmente si sedettero accanto al fuoco e iniziarono a mangiare.

    Muovendoci cautamente ci allontanammo dalla radura e appena fuori dal bosco scendemmo velocemente il pendio. Il villaggio giaceva sotto di noi, potevo vedere i suoi abitanti muoversi tra le casupole, gli animali pascolare ai bordi dei campi. Da qualche camino saliva un filo di fumo. “Vai a chiamare gli uomini”, dissi a Michele. “Dobbiamo avvisarli”. Il ragazzo partì di corsa. Radunai le capre e spingendole davanti a me arrivai al villaggio. Michele aveva raccolto cinque o sei capifamiglia nello spiazzo al centro del villaggio. Gli avevano dato retta perché era mio figlio, e forse avevano visto qualcosa sul suo viso.

    “Il ragazzo ci ha fatti venire qui”, disse Onorato, il fabbro. Era alto e robusto, la testa ricoperta da una massa di capelli grigi scompigliati. Godeva di un certo prestigio ed era quasi vecchio. “Che hai da dirci?”  In breve li misi al corrente della situazione. Sui loro visi si dipinsero preoccupazione e timore e anche la mia stessa incertezza.

    “Di sicuro non si comportano in maniera minacciosa. Sembrano gente comune, pacifica”, conclusi. “Certo, non si può mai sapere”, aggiunsi.

    “Se fossero briganti o predoni ci avrebbero già assaltati”, disse Onorato pensosamente. “Tuttavia meglio non fidarsi troppo.” Esitò un poco. “Propongo di mandare le donne e i bambini nei boschi. E anche la maggior parte delle bestie. Salviamo il salvabile. I vecchi e gli uomini validi possono rimanere.”

    Approvai con un cenno del capo. “E’ l’unica cosa da fare. Metteremo qualcuno a tenerli d’occhio. E speriamo in bene”.

   “Andate ad avvisare i vostri familiari”, disse Onorato. “Niente confusione, nessuna discussione. Le donne tengano la bocca chiusa”. Sogghignai, pensando alla moglie di Onorato, la lingua più lunga del villaggio. Ma tornai subito serio. Anche mia moglie aveva un bel caratterino.

    Mormorando, la gente si disperse. Nel giro di pochi minuti donne e ragazze, con i bambini per mano e i neonati sulle spalle, portando al braccio pochi fagotti e spingendo avanti a sé le bestie, uscirono dalle case dirette al bosco fitto che sorgeva dall’altro lato del villaggio. Stavo risalendo il pendio insieme a Onorato, verso il nascondiglio dal quale osservare i movimenti degli sconosciuti. Tra le figurine in cammino distinsi mia moglie, mia figlia maggiore che aveva dodici anni e le due gemelle di nove anni. Dietro di loro camminava Michele portando un bastone. Avrebbe voluto restare con me ad affrontare, se necessario, gli uomini sconosciuti. “Sono quattro donne deboli e indifese. Tu ed io siamo gli unici uomini e qualcuno deve occuparsi di loro e provvedere alla loro difesa”, avevo spiegato. “Io sono il capo di casa e devo restare”. Michele aveva accettato a malincuore.

IL ROC DELLA REGINA – 2

    Dalla strada si dirama un sentiero che gira intorno alla collina e conduce al villaggio. Quegli uomini avevano già superato la biforcazione e sembravano dirigersi verso i borghi più grandi e lontani, abitati da molta gente e protetti da mura e palizzate. Erano molto vicini, però, e anche se il sole era ancora alto c’era la fondata possibilità che cercassero un luogo protetto per accamparsi. In questo caso avrebbero potuto tornare indietro e puntare sul villaggio. Ma li vedemmo proseguire in direzione del valico che si apre ad est su una pianura ancora più vasta, al di là delle alture boscate che circondano il villaggio come una pelliccia di lupo gettata sulle spalle di un guerriero.

    Non sembravano avere fretta. Erano troppo lontani per capire chi fossero ma qualcosa di metallico scintillava al sole. Corazze, pensai. Michele aveva visto bene ed era stato preciso. Sei soldati non sono molti ma possono rappresentare un problema per un villaggio piccolo come il nostro, una ventina di fuochi, poco più di cento persone, e gli uomini validi non sono più di trenta. Siamo gente pacifica, avvezza a maneggiare arnesi da lavoro, anziché spade e picche. Sei armati potevano essere un vero disastro. Speravo che proseguissero, che se ne andassero al più presto, speravo che una comunità piccola e misera come la nostra non destasse la loro attenzione. Ma naturalmente non potevo escludere il pericolo e quindi sapevo di dovere avvisare al più presto tutti gli abitanti affinché facessero l’unica cosa che quelli come noi possono fare in casi del genere: fuggire e nascondersi nei boschi, portando con sé un po’ di cibo e gli animali, i neonati in braccio alle madri, i vecchi ed i malati sulla schiena dei familiari. Tuttavia esitavo. Non volevo mettere in allarme la comunità senza un motivo reale. Ne passa tanta, di gente, sulla vecchia strada, quasi sempre mercanti oppure pellegrini romei come il santo vescovo Sigerico, che il Cielo l’abbia in gloria.

    Michele mi guardava, in attesa di una mia decisione. “Vediamo cosa fanno”, gli dissi ancora ansimante per la corsa. Gli uomini si erano fermati, li vedevo discutere tra loro. Uno di loro prese ad indicare ripetutamente l’altura più distante dal villaggio. All’improvviso si rimisero in marcia spingendo i cavalli su per il pendio. Il metallo che portavano scintillò al sole ancora per un po’ finché sparirono dentro il bosco. Sapevo che sulla sommità della collina la foresta era costellata di radure dove la gente del villaggio aveva tagliato qualche pianta per farne legname da ardere e da costruzione. E c’erano sorgenti e rivi dappertutto. Erano posti adatti ad un accampamento temporaneo. Speravo ardentemente che non vi fossero donne a raccogliere fascine proprio da quelle parti. 

IL ROC DELLA REGINA – 1

    Tutto ebbe inizio un giorno di inverno di molti anni fa. Era un inverno freddo e buio come ne avevo visti pochi, e però nero, senza neve. La mattina il sole stentava a fondere la coltre di brina che imbiancava i campi e solo nel pieno del giorno il terreno si trasformava in un pantano molle e nerastro, pronto a gelare di nuovo nel volgere di poche ore. La primavera era ancora lontana.

    Avevo mandato mio figlio Michele a pascolare le capre sopra il villaggio nel pendio volto a sud, verso la cima della collina, dove c’era ancora un po’ d’erba quasi secca. Le capre sono bestie parsimoniose, si accontentano di poco e non sprecano nulla, proprio come noi che abbiamo avuto la ventura di nascere servi e non signori. Un paio di capre erano sfuggite al gregge e avevano scollinato.

    Vidi il ragazzo arrivare di corsa, quasi rotolando sul pendio, in apparenza dimentico delle capre incustodite. Per correre a quel modo doveva esserci un motivo grave, così interruppi il lavoro nel campo grande e gli andai incontro. “Che succede?”, gli chiesi. A quell’epoca mio figlio aveva visto sette estati, era ancora un bambino. Non parlava, ma non era un’idiota come qualcuno diceva dietro le mie spalle quando credeva che non sentissi. Era sveglio e intelligente, vedeva e capiva ogni cosa. E sapeva contare.

    Ansimando per la corsa mi fece un cenno di cui conoscevo il significato. Uomini. “Dove?”, domandai. Lui indicò la cima del colle e fece un gesto muovendo la mano da sinistra verso destra. Al di là della collina. “Quanti sono?”. Lui pensò un attimo e alzò tre dita di una mano e tre dell’altra, poi mosse le dita. Sei uomini a cavallo. “Sono armati?”, chiesi ancora. Lui fece sì con la testa.

    “Andiamo a vedere”. Il bambino si voltò e si mise a correre. Ben presto mi distanziò. Non è facile tenere dietro a un ragazzo di quell’età e quando arrivai alla sommità ansimavo come un bue. Mi gettai a terra accanto a lui che mi indicava un punto del fondovalle. Un gruppo di uomini a cavallo avanzava al trotto sulla strada. E’ una vecchia strada in parte lastricata di pietra, testimonianza del passaggio delle legioni in tempi che mi hanno detto siano stati migliori di questi, quando c’era un solo padrone e in fondo non troppo crudele. Ma già, a noi povera gente interessa poco chi sia a comandare, se tanti o pochi, cristiani o barbari. Noi cerchiamo soltanto di sopravvivere e ci facciamo gli affari nostri.  

IL RE DEI GATTI (adattamento da una storia diffusa in tutte le Isole Britanniche)

    Un uomo andò alla fiera di San Martino a vendere i prodotti dei suoi campi. Ma si attardò al mercato e quando si fu messo sulla via del ritorno scendeva già la sera e presto calò una notte senza luna. La strada si inoltrava in un bosco fitto e scuro ma l’uomo conosceva bene il cammino.

    All’improvviso vide in lontananza una fila di lumi che si addentravano nella foresta. Dapprima l’uomo fu lieto di incontrare qualcuno che gli facesse compagnia, ma poi, temendo una banda di briganti, preferì lasciare il sentiero e nascondersi nella macchia. 

    I lumi si avvicinavano e con grande stupore l’uomo si avvide che si trattava di gatti: una lunga fila di gatti che camminavano lentamente ognuno recando una fiaccola accesa. Quattro di loro portavano una cassettina ricoperta da un drappo di velluto nero su cui era ricamata una corona. Due gattoni precedevano il corteo in atteggiamento solenne.

    Incuriosito dalla strana processione, l’uomo li seguì di lontano badando a non far rumore. Finalmente i gatti si fermarono in una radura e deposero il loro fardello disponendosi in cerchio. Alcuni iniziarono a scavare una buca con le zampine. Quando erano stanchi, altri li sostituivano. Finalmente la buca fu abbastanza profonda e i due gattoni vi deposero la cassetta con aria cerimoniosa. La fossa fu colmata e il terreno battuto e ricoperto di foglie. Ormai era impossibile distinguere il luogo di sepoltura. I gatti sostarono ancora un po’ a testa china e in silenzio, infine spensero le fiaccole e si dispersero in tutte le direzioni. 

    L’uomo corse a casa impaziente di raccontare la sua avventura. La moglie aveva tenuto in caldo la cena, il camino era acceso e accanto al fuoco, sopra una sedia, sonnecchiava il gatto di casa, un bel gattone tigrato lustro e ben pasciuto.

    L’uomo iniziò a raccontare. La moglie lo guardava incredula e anche il gatto, che nel frattempo si era svegliato, lo osservava con attenzione seduto sulla sedia.

    Non appena l’uomo ebbe finito di narrare l’accaduto, il gatto sbadigliò, stirò le zampe e disse: “Bene, adesso sono io il Re dei Gatti”.  Con un balzo saltò su per il camino e scomparve. Da quel giorno nessuno l’ha mai più visto. 

Ode al Ragno – 28

Ed ecco, s’abissa con fare scocciato

(il lungo riposo gli avean disturbato!),

nell’orrido squarcio in un lampo sparisce

e un fascio di luce gli astanti ferisce.

Sbarrati son gli occhi, sudato ogni volto,

persino l’insetto più audace è sconvolto!

Dal buco profondo un rombo ora s’ode

(i topi s’aggrappano stretti alle code),

tremendi ululati, ruggiti, stridori

(le lucciole emettono flebil lucori);

infine rimbomba un sonoro sbadiglio

(i gatti sussultan sul loro giaciglio)

e l’aria si impregna di un cupo russare

che suscita un tremito in api e zanzare.

E’ tutto. Il silenzio ora cala sull’orda,

l’ardor belluino già mostra la corda,

si muta in un lampo il fiero consesso

in pavida turba, tremante all’eccesso.

Ormai si disperde la misera armata

e al mesto passaggio di tal ritirata

si fanno da parte, si levano i gatti,

commenta lo zio: “Sono robe da matti!”

Finita è la guerra, si parton gli insetti,

chi marcia per terra, chi vola sui tetti,

ognuno sognando la propria lontana

famiglia, e anelando la comoda tana.    

(FINE)